Marini

La barista

Paese che vai, bar che trovi… bar che vai, gente che trovi! Proprio questo ci racconta La barista di Michela Marini: le vicende vissute dalla titolare e dalle dipendenti di un bar di provincia.

Si gioca a carte sul bancone del bar, ma in maniera ben diversa dalle briscole consumate sui tavolinetti della sala. Nello stesso modo in cui l’avversario sbatte sul tavolo la sua carta, il cliente riversa sul bancone il “tarocco” della sua giornata. Come se la barista, novella cartomante, potesse farsi musa salvifica in grado di alleviare ogni problema. Un volto amico, cui confidare i propri pensieri, senza che, peraltro, a nessuno interessi per ciò che avrebbe veramente da dire.

E invece eccoli i suoi pensieri taglienti, ironici e allo stesso tempo profondi; tutte le parole, proprio tutte, che è stata sempre costretta a soffocare in nome del “mito” di accoglienza che da tempi immemori l’ha relegata in “ascolto” dietro al bancone. Con umiltà e alla ricerca del sorriso, la barista è un ottimo giudice della natura umana, perché servire una bevanda a un cliente significa prendersi cura delle qualità dell’una e dell’altro.

Anticaglia

Gabbiani

Romanzo di fantascienza sui generis, Gabbiani è uno scosceso sentiero di montagna alla ricerca di una giustificazione a questa nostra esistenza. è un percorso che diventa una favola sul potere e l’ignoranza, che si serve del mondo animale per una critica alla società contemporanea figlia dello spreco. Come non richiamare alla mente la frase di orwelliana memoria: «L’uomo è la sola creatura che consuma senza produrre… E tuttavia è il signore di tutti gli animali».

Ma ne siamo davvero sicuri? E se invece l’umanità si ritrovasse ridotta alla stregua di un somaro con la classica carota legata davanti alla fronte per invogliarlo a correre più velocemente o – per non uscir troppo di metafora – a “produrre” più velocemente? L’umanità ha ormai costruito una società dei rifiuti, perché – non va dimenticato – niente va mai via, ma ogni civiltà ha la spazzatura che si merita.

Campagnolo

Ferite

Quante ferite può contenere una parola, una frase, un racconto? «Un libro deve frugare nelle ferite, anzi deve provocarle» secondo il famoso filosofo Emil Cioran. Ed è proprio del potere chirurgico della parola, che apre e sutura i dolori dell’anima, che si serve l’Autore. Storie che, come fossero raccontate a una bambina, diventano quasi un romanzo unitario. Racconti che tagliano più esistenze, con lo strappo di qualcosa che accade nella vita e ne modifica il corso in modo radicale.

Che sia la perdita di qualcuno o la fine di un amore, i sentimenti ci colpiscono lasciando sulla pelle ecchimosi e lacerazioni profonde. Tutte lesioni aperte, che comunque trasmettono la lotta, la forza della vita che ogni spaccatura col tempo guarisce: non a caso i terreni più fertili sono quei solchi che formano le nostre ferite, perché proprio lì nascono inaspettati fiori di saggezza.

Sacco_Anima

L’anima

e il mondo

Fiore antico, mondo incorrotto

bianca nube, lontana

trasparenza.

Liricizzarti. Ho paura

di vederti scolpita nel verso,

evocata in dimensione fantastica,

catafratto cristallo

della letteratura.

 

Ma che cosa potrebbe una voce

smarrita nel tempo?

Anche così costretta

devi vivere.

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